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Chi è don Andrea Grandi?

giovedì 6 ottobre 2011

Chi è don Andrea Grandi?Intervista a un prete folgorato sulla via di Lima
(a cura di Emanuele Goldoni)

Asolano doc, classe 1975, lunghe basette alla Lupin III, Don Andrea Grandi mi accoglie nel suo studio sorridendo: il tavolo è ancora vuoto ma la libreria è già piena e perfettamente in ordine, come lo sono spessi degli scaffali appena sistemati dopo un trasloco. Già, perché quest'anno settembre ha portato a San Giorgio una piccola rivoluzione in parrocchia, con la partenza di don Andrea Barbieri e l'arrivo di don Andrea Grandi. Per un Andrea che saluta, eccone quindi approdare un altro.
Curiosa la storia di questo nuovo curato, con un passato da tipografo e una vocazione che viene da molto lontano. Letteralmente. Galeotto per Andrea fu infatti il Perù, dove arrivò nel 1996 come volontario per il movimento Mato Grosso. Quella in Sud America si rivelò ben presto un'esperienza più importante del previsto: i quattro mesi di servizio inizialmente previsti diventarono prima un anno, poi due e, infine, la decisione di tornare a Mantova ed entrare in seminario. Il resto è storia recente: la consacrazione nel 2005, sei anni di servizio nella comunità di Castel Goffredo e ora il trasferimento a San Giorgio.
E così eccomi qui nel suo studio ad incontrarlo per la prima volta, seduto al suo tavolo.
Decido di rompere il ghiaccio con una domanda più da colloquio di lavoro che da intervista.

Inizia descrivendoti con tre aggettivi
Di sicuro testone (ride), poi semplice e schietto.

Parliamo del tuo cammino di fede. Chi è stata la persona che più ha influito sulla tua scelta di entrare in seminario?
Di sicuro la figura di Padre Ugo de Censi, fondatore dell’operazione Mato Grosso: è stato proprio lui a propormi di entrare in seminario. Subito l’ho messo da parte, ma poi sono arrivato a questa decisione nel momento in cui mi sono ritrovato in una situazione pericolosa in Perù. Avevano ucciso un prete missionario e davanti a un pericolo della tua vita, perché di fatto tutti i volontari erano in pericolo, cominci a farti qualche domanda profonda. Al che mi sono fidato di Padre Ugo, di quello che vedeva lui, e ho iniziato a studiare in seminario.
La tua vocazione nasce quindi da un’esperienza in Perù... Da dove viene allora la tua scelta di diventare prete a Mantova, invece che in missione in qualche angolo sperduto del globo, accanto a chi muore di fame e a chi, come si dice spesso, “ha più bisogno”?
La missione è dappertutto, poi chiaramente in modi diversi. In realtà il motivo è molto semplice: Mato Grosso non è un movimento ecclesiale e Padre Ugo rimanda sempre alle diocesi di provenienza. L’idea di entrare in qualche congregazione missionaria? C’è stato qualche momento negli anni in seminario di Mantova in cui ho pensato a questa possibilità, ma mi ispirava di più la scelta diocesana.

Sei anni con le stesse persone significano molti legami, grandi amicizie... Qual’è stato il tuo primo pensiero quando hai saputo del trasferimento a San Giorgio?
Di sicuro un senso di dispiacere, ma un dispiacere positivo. Anche perché noi preti sappiamo che prima o poi dobbiamo cambiare parrocchia: quando sono stato nominato vicario parrocchiale a Castel Goffredo, sapevo già che dopo qualche anno sarei dovuto andare. E' la nostra vita. Ma credo che faccia crescere anche le comunità e non solo noi preti: spesse volte nelle comunità dove il prete rimane quarant'anni, questi può essere il più bravo prete del mondo ma è inevitabile che la parrocchia invecchi un po’ con lui. E’ inevitabile, siamo esseri umani.

Come giornalista, non posso però non pensare alla vicenda del consiglio comunale che ti ha visto protagonista a Castel Goffredo e che un quotidiano locale ha dipinto con tinte oserei dire “cinematografiche”, quasi fossi un nuovo Don Camillo contro Peppone. Ormai è acqua passata, ma ripensando alla vicenda e potendo tornare indietro, rifaresti quello che hai fatto?
Sì, anche perché io non ho né offeso il sindaco, né gli ho dato del bugiardo, né mi sono schierato pubblicamente contro le centrali biomasse. Di tutto quello che è stato scritto io non ho detto nulla quindi sì, lo rifarei.

So che sei stato speaker alla radio, sei iscritto in Facebook, hai sempre seguito da vicino i gruppi parrocchiali... Insomma, un prete giovane che sa parlare ai giovani. Guardando alla crisi vocazionale e ai ragazzi sempre più in fuga dalle parrocchie, secondo te è la Chiesa che non sa parlare ai giovani o i giovani d’oggi che non sanno ascoltare?
Forse un po’ tutte e due. In tante cose noi come Chiesa, noi tutti battezzati siamo a volte un po’ trascinati da una tradizione che può essere bella e può dare nuove esperienze religiose alle persone ma che, in alcuni casi, può essere di peso. Vedi per esempio l’idea comune che in Chiesa ci vanno solo, passami il termine... gli sfigati. Io ho incontrato sempre gente nelle parrocchie molto brava, intelligente e attiva, ma anche capace di divertirsi con i propri amici al sabato sera, di stare in mezzo agli altri. Forse bisognerebbe sfatare un po’ questi preconcetti...
D’altra parte, di sicuro i giovani faticano ad ascoltare o, forse, non vogliono ascoltare. Io spesso ritrovo giovani in ricerca profonda di una direzione della propria vita, ma che tante volte la cercano in un posto dove non la si può trovare.

E per uno speaker radiofonico come te, la domanda è d'obbligo: gruppo o artista preferito?
Artista preferito di sicuro Vasco Rossi, anche se non disprezzo i cantautori italiani in generale.

Qual è il libro che in assoluto ti è piaciuto di più?

Nell’adolescenza un amico più grande mi aveva consigliato di leggere “Il gabbiano Jonathan Livingston”, e quello è rimasto “il libro”.
Ho letto anche alcuni libri non molto teologici, per esempio “Alcatraz” di Diego Cugia, forse sconosciuto ai più: è la storia di un detenuto nel braccio della morte che fa alcune riflessioni, molto laiche, a volte purtroppo anche volgari ma, in alcuni casi, molto vere.

Che libro c’è ora sul tuo comodino?
iGod! Ma non chiedermi l’autore perché... non lo so (ride) (Ndr: l'autore è Daniele Bolelli)

Ultima domanda: il passaggio del Vangelo che preferisci?
Quello dove Pietro dice a Gesù “noi signore abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” e Gesù risponde “non c’è nessuno che non riceva già ora cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi” (Ndr: Mc 10,30). Lo sento molto mio perché lo vivo davvero: costa fatica lasciare per esempio la propria famiglia o i propri progetti, perché anche entrare in seminario vuol dire accantonare una certa strada e sceglierne un’altra, ma in questi anni non mi è mai mancato nulla come persone, affetto, amici, gente con cui parlare.


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